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Danilo Pigat (soprannome africano: l’impresario)

Undici anni fa partivo per l’Africa e precisamente in Costa d’Avorio nelle missioni delle “Suore della Provvidenza” di Abidjan, di Bouakè e di Kossou (ora trasferita a Yamoussoukro).

Già da tempo aiutavo, con offerte in denaro raccolte tra amici e parenti, una suora della “Provvidenza” che era missionaria appunto in queste terre. Lei mi diceva spesso: “Vieni a vedere cosa facciamo, dove vanno a finire le vostre offerte”. E così, nell’aprile del 1998 mi sono deciso a partire.

È stata un’esperienza bellissima e forte. Ero colpito da tanta novità: il territorio, il caldo, ma soprattutto la tanta povera gente. Gente che doveva essere aiutata nel rispetto della loro grande dignità. Ma soprattutto colpito, nel più profondo del cuore, dalla tanta miseria presente in special modo nei villaggi. Ero nauseato al vedere tanta misera e sapere che tanti bambini morivano per malattie da niente, per poco.

Mi sono sentito spogliato, nudo nel più profondo di me stesso, quasi scontento di poter vivere in un paese con tanto benessere.

Ritornato in Italia dopo cinque settimane di soggiorno in terra africana, ho detto: “BASTA! Non riesco proprio a capire come fanno a dire che dell’Africa ci si innamora”.

L’anno successivo non sono partito, ma dentro di me cresceva un amore grande verso quella gente che aveva tanto bisogno di aiuto, di non essere lasciata sola.

 

Capivo pian piano che era una cosa buona e importante anche semplicemente abbracciare un bimbo, o dare una carezza a una persona sofferente, o stringerle la mano, o cogliere e contraccambiare un loro sorriso… mi stavo proprio rendendo conto che queste persone “sono miei fratelli”. Così in me cresceva un amore talmente grande che dopo undici viaggi in Costa d’Avorio e in Benin ha messo radici profonde. E ancor oggi non viene mai meno in me la voglia di continuare a sostenere questa gente che, in fondo in fondo, è diversa da noi solo per il colore della pelle.

Camminando in punta di piedi in questa terra posso fare molto.

Mariucci Franzolini

Al rientro di Danilo dal suo secondo viaggio in Africa mi propone, con un enorme entusiasmo, di portarmi in Costa d’Avorio per il nostro 25° di matrimonio.

Dai suoi racconti percepivo le sue emozioni, mi trasmettevano dolore ma anche gioia. Sentivo in lui la convinzione che ciò che stava facendo era un grosso impegno ma per una buona causa.

Così, nel 2003, nonostante in Costa d’Avorio fosse scoppiata la guerra civile da solo tre mesi, siamo partiti per il nostro secondo viaggio di nozze. Un viaggio che mi ha cambiata dentro. Non avrei mai pensato che sarebbe diventato un desiderio immenso appagato solo con il ritorno in quei luoghi caldi, semplici, pieni di quotidianità e che, nello stesso momento mi danno sia una grande pace interiore che una sensazione di impotenza di fronte a tanta miseria.

Ma non è impotenza perché, anche se ciò che portiamo può essere solo una goccia nel mare, quella goccia è stata donata e portata con il cuore.

Da quel 2003 ho fatto sei viaggi. Sei periodi di “ferie” indimenticabili. Al dispensario di Abidjan e nei villaggi ormai ci conoscono e ci aspettano.

Quest’anno, per il bellissimo compito di accudire mio nipote, non sono partita, ma mi è mancato molto. “Guardate con i miei occhi e il mio cuore” ho detto a chi è partito.